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Dischi del mese: ecco le nuove uscite musicali da non perdere

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Dalle classifiche di vendita e dalla nostra discoteca, ecco una selezione di dischi in ascesa durante il mese appena trascorso. Un mese di grandi ritorni: riemergono dal passato Rapper degli anni ’90, geni della musica elettronica, icone del soul-rock, e veri e propri colossi con tanto di piedistallo della musica italiana. Sceglierne qualcuno non è stato facile: scopriamo insieme quali sono i migliori dischi che vogliamo consigliarvi con questa guida all’ascolto.

Dischi del mese: Maneskin, Teatro d’ira Vol. 1 – i vincitori di Sanremo in tutto il loro “splendore”

PRO

  • Contiene il brano vincitore della settantunesima edizione del festival di Sanremo: ‘Zitti e buoni’.
  • Contiene il singolo ‘Vent’anni’, ballata già disco di platino.
  • L’ascolto è gustosissimo per gli amanti del rock (italiano ma anche internazionale): la band sa revisionare con originalità un sound che è una garanzia nel settore.

CONTRO

  • Sconsigliato a chi predilige atmosfere soffici e delicate: i Maneskin (e la loro musica) sono sferzanti, impertinenti, una “bomba” d’energia. Se il rock non è il vostro genere non è l’album che fa per voi.
  • Qualcuno non apprezza la spudorata suddivisione in capitoli delle opere musicali, ritenendola una mera e impropria scelta di marketing. Vedremo.

Hanno appena trionfato a sorpresa conquistando la vittoria della settantunesima edizione del festival di Sanremo. Per la prima volta nella storia della kermesse una band di genere rock si aggiudica il primo premio, grazie a una canzone potente quale è ‘Zitti e buoni’. Punta di diamante di questo album, interamente scritto dal gruppo e che siamo certi li consacrerà come gertezza di genere nella musica italiana. Arriva dopo il successo del loro primo lavoro ‘Il ballo della vita’ ed è stato anticipato dal singolo ‘Vent’anni’, già disco di platino.

L’opera è stata interamente composta dai quattro ventenni romani e registrata in presa diretta, rimandando a quell’atmosfera analogica dei bootleg anni ’70 tanto cari e d’ispirazione per i Maneskin. Il titolo è esplicativo rispetto all’energica spettacolarità che possiamo aspettarci da questo ascolto. Da considerare un assaggio, perché arriveranno poi altri volumi a completare il tutto.

Dischi del mese: Ricchi e Poveri, Reunion – le intramontabili hit del gruppo in due cd

PRO

  • Splendida idea regalo per tutta la famiglia: perfetta per i più grandi, che ritroveranno le canzoni della loro giovinezza, ottima anche per far conoscere la storia del pop italiano ai più piccoli.
  • Si tratta di una collezione completa: un vero e proprio must have per gli appassionati del gruppo.
  • Contiene una versione inedita della magnifica ‘Che sarà’.

CONTRO

  • Segnaliamo questo album tra le uscite del mese ma, ovviamente, il sound è vintage così come i pezzi sono già noti: se state cercando una vera e propria novità bisogna orientarsi verso un’altra scelta.
  • Qualcuno lamenta la scelta di dividere il repertorio in due cd, proponendo in totale solo 21 brani.

Un nome iconico, che ha scritto la storia della musica leggera italiana con brani dal sound intramontabile, ancora oggi cantati e ballati a decenni dalla loro uscita. Sono i Ricchi e Poveri, gruppo che ha saputo superare i confini generazionali grazie a canzoni senza età, vere e proprie hit del pop italiano. ‘Sarà perché ti amo’, ‘Se m’innamoro’, ‘Mamma Maria’: le troviamo tutte in questo splendido cofanetto composto da due cd. Si chiama ‘Reunion’ ed è la celebrazione della grandiosa carriera artistica che li ha resi il gruppo nostrano più famoso al mondo.

Nella prima parte troviamo dieci canzoni, tra cui segnaliamo una splendida versione inedita di ‘Che sarà’, l’indimenticabile e poetica ballata nostalgica, cantata nuovamente in duetto con Josè Feliciano. Nella seconda, invece, vi sono undici tracce. Una collezione frizzante e imperdibile. Senza tempo.

Dischi del mese: Madame, Madame – un nome sulla cresta dell’onda

PRO

  • Appena diciottenne e con non molte hit da vantare nelle classifiche, Madame è già un personaggio fenomeno della musica italiana.
  • Viene presentata come l’artista più promettente del panorama giovanile attuale.
  • L’album contiene ‘Voce’, il pezzo che ha presentato al festival di Sanremo.
  • Con l’acquisto su Amazon si ha l’opportunità di accedere a una Fan Experience virtuale con l’artista.

CONTRO

  • Questo è il primo album di Madame: l’artista è molto giovane, deve ancora confermare di saper sostenere la complessità di un intero album.
  • Il suo stile è molto particolare e moderno: il genere che propone potrebbe non piacere a tutti.
  • La copertina del cd ha forse un gusto eccessivamente vintage.

Il successo è ancora tutto in divenire ma la sua personalità, una volta incontrata, non si scorda più. Madame, al secolo Francesca Calearo, è una diciottenne nata nel piccolo comune di Creazzo, in provincia di Vicenza. Giovanissima, figlia della provincia, eppure sembra aver vissuto già tante vite, tutte da raccontare attraverso la sua particolare arte musicale. L’originalità probabilmente è nella sua intenzione, nell’approccio che sembra avere con il fare musica. Occhi profondi e testi che hanno concetti da esprimere, un timbro inconfondibile in cui pulsa l’insospettabile conflitto della giovane età e di una generazione che forse non è facile comprendere fino in fondo. Il tutto espresso con un sound moderno, che coinvolge e smuove anche i più imperturbabili.

Questa è Madame, questa è la sua ‘Voce’, come il titolo del brano con cui si è esibita al festival di Sanremo. Anticipato da ‘Sciccherie’, canzone che l’ha portata alla rapidissima notorietà durante il 2020. Appena maggiorenne è già un fenomeno, l’album che porta il suo nome ci incuriosisce.

Album più datati ma così belli da essere senza tempo:

Dischi del mese: KAMIKAZE – In tutto il suo decimo album, più cose cambiano, più Eminem rimane uguale

PRO

  • Ottime le poche collaborazioni, tra cui spicca fra tutti Joyner Lucas presente nella traccia “Lucky You”
  • Dissing elaborati come nel suo stile, con rime complesse e molto dure.

CONTRO

  • Scritto mirando alcuni “artisti” della scena Hip Hop moderno, tra cui Drake, Lil’ Yachty, Lil Pump, e altri, i cosiddetti Mumble Rapper, e ad altri nemici immaginari
  • Non c’è trascendenza, crescita, o sviluppo culturale all’interno di questo disco.

Tra i dischi del mese è impossibile non menzionare questo. Rilasciato senza preavviso, solo un tweet del rapper che ha affermato di aver “provato a non pensare troppo a questo qua”, Kamikaze si erge in un certo senso come un ritorno alle nozioni di base dopo il grottesco Revival pop dell’anno scorso. È anche l’ultima sfregio della star ai giornalisti, rivali percepiti, e verso quasi chiunque pensi che la sua musica faccia schifo. La sua carriera è diventata una catena di feedback estenuante, e Kamikaze vola dritto dentro quella spirale discendente.

Se il rap somigliasse di più a una gara puramente atletica, Eminem sarebbe ancora un campione olimpionico. Essendo una macchina per schemi di rime interne, continua a operare su un piano rarefatto, sia sputando in frenetico doppio tempo, sia lanciando gli approcci cantilenanti odierni. “Get this fuckin’ audio out my Audi yo, adios”, dichiara in apertura “The Ringer”, mettendo assieme qualcosa di testualmente intelligente ma assolutamente privo di significato. Quando Eminem si paragona a Muhammad Ali, su una canzone senza allegria intitolata, sì, “Greatest”, il gioco di parole senza respiro sembra raccogliere un sacco di ricerca linguistica, ma sembra perdere di vista Ali e la musica.

Mentre la destrezza verbale di Eminem è rimasta intatta, le sue mancanze sono diventate sempre più lampanti con il passare del tempo. Le canzoni non sono abbastanza memorabili per superare le ultime sfumature di omofobia e misoginia di un quarantacinquenne che ha visto tempi migliori. Eminem non ha idee o non ha idea dello stato attuale del rap, né ha pensieri significativi sul suo posizionamento all’interno del genere. Probabilmente non ha nemmeno un account Spotify. Si stupisce solo per il puro brivido di sentirsi rap.

Dischi del mese: RAISE VIBRATION – Lenny Kravitz presta la sua voce alla resistenza

PRO

  • Storie maledettamente sensuali e tragiche
  • Mescola con cura rock e soul, ritmiche eccellenti e spirito vintage
  • Estraneo alle mode e alle tendenze del momento

CONTRO

  • La formula Kravitz è spesso orientata verso soluzioni ammiccanti con colpevole disinvoltura
  • Riassume in un corpo unico l’archetipo perenne del macho e della rockstar, in un continuo flirt tra pop e funky, e
  • Deborda eccedendo in enfasi: la durata dei singoli brani è in media di cinque minuti.

Sono passati più di tre decenni da quando Lenny Kravitz ha pubblicato, il suo album di debutto, Let Love Rule. L’inconfondibile oscurità di rock, soul, funk e psych, l’album – e Kravitz – costrinse un’industria ristretta a guardare fuori dalla sua rigida scatola governata da un solo genere. A quel tempo, Kravitz fu parimenti elogiato per il suo suono fantasioso e criticato per essere sopraffatto dalle influenze.

30 anni, diversi Grammy e diversi successi dopo, Kravitz ha meritatamente ritagliato uno spazio per se stesso. Con il suo undicesimo album in studio, Raise Vibration, Kravitz fa proprio questo, afferrando ogni cosa, dalle discese in stile dance di Off The Wall alle ballate a tema di Johnny Cash, per le palle. È il messaggio della carriera di Kravitz che tenta di unire tutte le parti disparate. “Il messaggio rimane lo stesso”, ha spiegato in una dichiarazione sull’album, “È stato e sarà sempre sull’amore … Con queste canzoni, ti offro vibrazioni di pace, amore e unità”.

Il distillato più potente di questo messaggio va trovato in “Raise Vibration” e “Here To Love.” Il primo, un blues con mellotron, mini-moog, la seconda, una ballata basata su pianoforte. In entrambe i vocalizzi sono di alto livello e il sentimento è così necessario e così nobile che riesce ancora a sollevare un po’ di pelle d’oca.

Ma ciò che rende Raise Vibration qualcosa in più rispetto a Kravitz che racconta le malattie del mondo è è il non mettere mai da parte le melodie orecchiabili per la serietà. Il suo è tagliente, ma presenta il messaggio in un modo dolce e accattivante che è facile da digerire. Per lo più, è la miscela riconoscibile alla Kravitz, di rock and soul, amore e sdegno sociale, solo che questa volta con un po’ più di mordente.

Dischi del mese: AN AMERICAN TREASURE – l’antologia postuma di Tom Petty è davvero un tesoro americano per collezionisti

PRO

  • I curatori di American Treasure hanno fatto attenzione a non ripetere nulla dal cofanetto Playback del 1995, che Petty si è curato da solo

CONTRO

  • Quest’ultima uscita non è adatta a chi si volesse avvicinare oggi alla musica di Tom Petty, ma è piuttosto dedicato ai fan di lungo corso

Di questi tempi, la morte di qualsiasi musicista di alto profilo significa che un’antologia di quelle che stampano soldi, una raccolta migliore o più completa dei successi dell’intera carriera, è inevitabile prima che sia passato un anno.

Tom Petty non fa eccezione – ma fa accezione la cura con cui la famiglia dell’icona rock americana ei suoi ex compagni di Heartbreakers hanno contribuito a selezionare i migliori tagli dal suo catalogo postumo per questo cofanetto.

Con 63 tracce che coprono quattro dischi, non è un cofanetto per il fan occasionale – ma gli ammiratori di Petty troveranno gemme da estrarre nelle varie versioni alternative, tracce dal vivo e materiale inedito estratto dai suoi caveau.

L’intera compilation è organizzata cronologicamente, dando il via a “Surrender” dalle sessioni di Tom Petty del 1976. I “successi” sono in gran parte assenti da questo cofanetto: sono le canzoni inedite che susciteranno maggior interesse, dalla solenne delicatezza della canzone acustica “Do not Fade on Me” a una registrazione demo di “The Apartment Song” (un duetto con Stevie Nicks) e il levatissimo “Keep a Little Soul”. L’evoluzione musicale di Petty dagli anni ’70 fino al 2016, è ciò che il titolo suggerisce: un tesoro americano.

Dischi del mese: EGYPT STATION – Il nuovo viaggio di Paul McCartney

PRO

  • Una continua sensazione di frenesia sembra accompagnare l’intero scorrere dell’album
  • 4 o 5 capolavori all’altezza della produzione di beatlesiana memoria.

CONTRO

  • Forse se avesse escluso 3 o 4 tracce sarebbe stato un capolavoro ma è questo il bello di McCartney
  • Il tocco leggermente moderno di alcune soluzioni d’arrangiamento potrà far storcere il naso a qualche purista.

Fai una lista di tutti i cantautori che componevano grandi melodie nel 1958. Ora crea un elenco sovrapposto di quelli che stanno ancora scrivendo canzoni brillanti nel 2018. La tua lista ha un solo nome: Paul McCartney. Sessant’anni dopo “Love Me Do”, la sua leggenda già inviolabile, Macca continua ad aggiungere nuove gemme al suo libro di canzoni, senza nulla da dimostrare, tranne che è l’unico genio che può farlo.

Egypt Station, il suo primo in cinque anni, è un ciclo di canzoni profondamente eccentrico in modalità Ram, realizzato con Greg Kurstin. Gli ultimi quindici anni sono stati un momento glorioso per essere un fanatico di Paul.

Egypt Station scorre come un blocco unitario, strutturata come una lunga corsa su un treno cosmico, che inizia e finisce con il rumore della stazione ferroviaria. Arriva cinque anni dopo New, dove esce con la pepita psichedelica “Queenie Eye”, una delle sue opere più divertenti e strane di sempre. Su Egypt Station, mescola reverie acustiche pastorali come “Confidante” con confessioni di piano intime come “Do It Now”.

Macca spende la maggior parte dell’album cantando di se stesso, esprimendo sentimenti che di solito non ci si aspetta da lui. “I Do not Know”, una ballata sulla mezza età. Ha anche imparato a fare stupide canzoni sul sesso come “Come On To Me” o il ridicolo “Fuh You”

Il capolavoro di questo album è “Dominoes”, una di quelle creazioni emotivamente dirette ma giocosamente enigmatiche. Un agguerrito intrico per chitarra acustica, degno del White Album, si sviluppa per quasi cinque minuti, completato da un assolo di vecchia scuola e dalla disarmante linea di chiusura, ” It’s been a blast. “. “Domino” è uno dei suoi momenti solisti più duri di sempre: ha l’inconfondibile tocco di McCartney che tutti gli altri continuano a non copiare, eppure sembra totalmente nuovo.

Dischi del mese: 50 YEARS OF MUSIC – Atterraggio sul pianeta Jarre

PRO

  • I collezionisti saranno felici con l’inserimento di due nuovi brani, “Coachella Opening” e “Herbalizer”. Entrambe le canzoni abbastanza essenziali per il catalogo Jarre.
  • La demo di “Music For Supermarkets”, una canzone che è stata stampata come una singola copia in vinile singolo, una copia che in molti non hanno mai creduto esistesse. Ma esiste ed è qui per i collezionisti.

CONTRO

  • Le compilation non sono mai una situazione completamente vincente, non si possono accontentare tutti i fan. La presente raccolta non è pensata per il fan estremo, ma più per i fan occasionali e quelle poche anime che devono ancora scoprire il genio di Jarre.

È facile dimenticare quanto fosse grande Jean-Michel Jarre. Eppure c’è stato un tempo alla fine degli anni ’70, quando sembrava obbligatorio possedere una copia del suo album No.1 in ogni casa, Oxygène, ela sua performance di Mosca del 1997 per 3,5 milioni di persone rimane il più grande concerto di sempre.

Una persona che non ha mai dimenticato quanto fosse grande Jean-Michel Jarre è Jean-Michel Jarre, che ha stilato un cofanetto adatto per il suo mezzo secolo. Planet Jarre stampato in un set di 2 CD, o come una collezione di 4 vinili confezionata come un libro. E il cofanetto di cassette. Si, cassette, perché per quanto di futuristico la sua musica cosmica ha abbracciato, Jarre era una creatura dell’era pre-digitale, un mago di vecchi synth analogici, a cui è rimasto fedele.

È facile dipingere Jarre come un pioniere della musica elettronica, eppure non ha mai raccolto le ghirlande critiche degli artisti di Krautrock come Can, Kraftwerk o Neu! Ha studiato con un pioniere della musica concreta, Pierre Schaeffer, il cui lavoro raramente ha mosso capitali. Jarre ha preferito sfruttare i suoi bip elettronici, sibila e gorgogliava le melodie convenzionali, da cui il suo vasto successo commerciale. Insinuò le idee di Klaus Schulze o di Walter Carlos per il mainstream: anche l’iconica melodia a cinque note del suo pezzo d’autore, Oxygène IV, ha un che di mellifluo. Là i pionieri hanno lottato con le frecce, Jarre è stato il colono che ha conquistato la terra. Detto questo, c’è molto per i fan irriducibili di Jarre in questa collezione, che Jarre divide in quattro sezioni: Soundscapes, Themes, Sequences and Explorations & Early Works.

Ci sono anche due nuovi brani, Coachella Opening e Herbalizer, e una demo di Music for Supermarkets, l’album del 1983, di cui ha stampato solo una copia prima di distruggere i master. Come orgia di retro-futurismo, questa raccolta è difficile da battere.

CONCLUSIONI

Tra i dischi che vi abbiamo raccontato, quello del quale non è possibile privarsi è sicuramente Egypt Station del baronetto britannico Paul McCartney. Un disco che mantiene le promesse, realizzandosi come un viaggio attraverso la memoria, i generi e gli stili. Insuperabile. Tra le ultimissime uscite della nostra selezione dischi del mese, invece, sceglieremmo l’album dei Maneskin: favolosi vincitori del festival di Sanremo.